PATOLOGIE OCULARI NEI GATTI

PATOLOGIE OCULARI NEI GATTI

E’ importante per un proprietario avere un minimo di conoscenza delle parti fondamentali dell’occhio del gatto. Succede spesso che prima di ricorrere al veterinario si cerca di risolvere il problema a casa rischiando di iniziare cure inappropriate, che arrecano più danno che beneficio.
Il proprietario può notare diversi sintomi di malattie oculari nel gatto anche da un esame non approfondito, tra i quali
possiamo ricordare:
• aumento della secrezione lacrimale o epifora in alcuni casi con presenza di pus;
• diminuzione della secrezione;
congiuntivite nel gatto;
• aumento del volume del globo oculare;
• alterazione della chiusura palpebrale, es. impossibilità di chiudere le palpebre o
lagoftalmo;
alterazione della cornea del gatto con diminuzione della lucentezza, presenza d’ulcere;
• aumento del diametro pupillare o miosi (molto importante negli avvelenamenti da
organofosforici);
• alterazioni che riguardano il cristallino, es. cataratta.

Memorizzando i sintomi che nota sul proprio gatto, il proprietario può facilitare il veterinario nell’individuare facilmente la diagnosi.

L’elenco che viene quì riportato è solo una piccola lista delle diverse patologie a carico dell’apparato visivo del gatto, è bene ricordare che molte volte il sintomo oculare è solo un segno della patologia generalizzata, che sta dietro, per cui è sempre meglio cercare subito la causa che sta ha generato il problema che tentare di risolvere il tutto localmente con l’uso di un collirio.

Partendo dalla componente più esterna, da un esame dell’occhio, le prime alterazioni che si possono notare sono quelle riguardanti le palpebre.
Elenco patologie più importanti relative al sistema visivo del gatto:
• blefarite od infiammazione palpebrale;
• blefaredema, cioè edema delle palpebre che può essere mono o bilaterale e può essere causato da punture d’insetti nel primo caso ed allergia alimentare nel secondo, altre cause possono essere traumi, malattie batteriche, ecc., i sintomi di blefarite possono essere associati a prurito, gonfiore della parte e disagio del soggetto.
Nel gatto possiamo avere se pur raramente l’entropion o riavvolgimento del margine libero palpebrale che nel tempo può causare congiuntivite o cheratite; sempre raramente nel gatto si può avere anche ectropion o rovesciamento del margine libero della palpebra
inferiore con conseguente congiuntivite cronica; in tutte e due le patologie è necessario l’intervento chirurgico. A livello palpebrale possiamo avere anche l’orzaiolo ed il calazio, quest’ultimo più evidente però meno doloroso e problematico; è importante evitare l’uso di colliri a base di cortisone in presenza d’orzaiolo perché essendo immunodepressivi ritardano la guarigione.
Le forme tumorali a carico delle palpebre sono purtroppo quasi sempre di natura maligna, le più importanti sono:
• carcinoma squamocellulare, colpisce soprattutto i gatti bianchi ed è facilmente associato ad esposizione ai raggi ultravioletti;
• sarcoma dei tessuti molli.
Fortunatamente tutte e due le forme tumorali hanno un’invasività limitata.

Procedendo verso l’interno dell’occhio troviamo la congiuntiva, a carico di questa parte possiamo ricordare le seguenti patologie:
• chemosi od edema congiuntivale (allergie, traumi, reazioni a farmaci);
• emorragia sottocongiuntivale, in questo caso bisogna fare molta attenzione. Perché può essere il primo sintomo d’avvelenamento da anticoagulanti;
• congiuntivite, può essere di natura batterica con scolo oculare, edema, se trascurata può causare cheratite e complicanze maggiori, altre cause possono essere traumi, sostanze tossiche, ecc.;
• congiuntivite cronica.
Molto importanti sono le congiuntiviti causate da Clamydia, che si manifestano con epifora, ispessimento congiuntivale, essudato inizialmente mucoso quindi mucopurulento e iperplasia del tessuto linfoide soprattutto alla faccia interna della terza palpebra, vi può essere interessamento corneale e nei casi più gravi la formazione d’ulcere corneali nel gatto; associati vi sono sintomi a carico dell’apparato respiratorio quali starnuti, scolo nasale, dispnea, ecc.
Mentre la congiuntivite Herpetica che si presenta con scolo mucopurulento, iperemia congiuntivale, chemosi, formazioni di pseudomembrane, ulcerazioni corneali nel gatto che possono anche approfondirsi, oltre a sintomi generali.
Altra congiuntivite nel gatto è quella causata da Mycoplasmi, si manifesta come quella da clemidiosi con l’unica differenza di una superficie congiuntivale vellutata, rosso scura e vi può essere la formazione di pseudomembrane.
A carico di questa porzione oculare possiamo avere la protusione della membrana nittante, che è uno dei sintomi fondamentali della sindrome di Horner, quest’ultima è una patologia a carico del sistema nervoso simpatico che innerva l’occhio.
Anche per la congiuntiva possiamo annoverare delle forme tumorali tra cui melanocitoma limbare, papilloma, emangioma, melanoma maligno della congiuntiva.
La cornea nel gatto, è una parte fondamentale perché svolge notevoli funzioni tra cui:
• racchiude il contenuto oculare e mantiene la forma del globo;
• agisce come lente rifrattiva;

• permette il passaggio della luce essendo trasparente.

Le patologie più importanti della cornea nel gatto sono:
cheratite ulcerativa o ulcera corneale, causata da malattie batteriche, micotiche, virali e clamydiosi, traumi, corpi estranei, danni di natura chimica, es. shampoo; la sintomatologia di cheratite ulcerativa comprende: dolore, blafarospasmo, scolooculare, edema corneale, colorazione bluastra, prolasso della terza palpebra ed enoftalmo.
• La diagnosi sarà fatta in ambulatorio mediante l’applicazione topica di florescina, la quale penetra nell’ulcera dando una colorazione verde brillante alla parte.
• Nel caso di cheratite da shampoo il proprietario può irrigare con soluzione fisiologica sterile, riscaldata, la parte perché così facendo rimuove le particelle irritanti ed in alcuni casi può evitare l’insorgere della cheratite.
• La terapia della cheratite ulcerativa nel gatto è sempre riferita alla causa che sta a monte, localmente si possono instillare colliri antibatterici a base di tetracicline nel caso di clamydiosi, colliri antivirali, midriatici, è bene evitare l’uso di colliri a base cortisonica.
• In alcuni casi di cheratite ulcerativa nel gatto bisogna ricorrere all’intervento chirurgico che deve essere sempre eseguito da uno specialista.
Cheratite cronica e sequestro, detta anche “sequestro corneale nel gatto“, può seguire una cheratite cronica ulcerativa o altre condizioni aspecifiche; essa è caratterizzata dalla presenza di tessuto pigmentato di scuro nello stroma corneale anteriore e
nell’epitelio, questo sequestro può essere appiattito o rialzato ed interessare una parte più o meno ampia di cornea; il trattamento è l’asportazione chirurgica e le recidive sono scarse.
Parliamo ora del cristallino, elemento fondamentale per la cosiddetta messa a fuoco dell’immagine, le problematiche di questa parte sono:
• Lussazione, nel gatto quasi sempre causata da traumi, questa patologia può degenerare in glaucoma oppure, se la lussazione è posteriore, in patologie alla retina; la risoluzione è quasi sempre chirurgica.
• Cataratta, cioè opacità del cristallino, le cause possono essere di natura congenita, farmacologica o diabete. Proseguendo abbiamo l’iride a carico della quale possiamo avere un’alterazione della colorazione od eterocroma che è ereditario ed associato al colore bianco del pelo, spesso in combinazione con sordità del soggetto.
Uveite anteriore od iridociclite è spesso associata ad una malattia sistemica tipo herpes virus, toxoplasmosi, leucemia virale felina, peritonite infettiva felina.
I sintomi di Uveite anteriore sono:
• miosi o restringimento pupillare;
• ipotonia oculare;
• torbidità della camera anteriore fino ad ipopion (raccolta di pus nella camera
anteriore);
• edema corneale;
• lacrimazione; • fotofobia.
Alcune differenze nelle manifestazioni cliniche di uveite tra le principali malattie sono:
FeLv, colpisce soprattutto il segmento anteriore fino a causare ipopion;
Toxoplasmosi, colpisce il segmento posteriore con torbidità dell’uvea;
FiP, colpisce tutta l’uvea con precipitati ed emorragie.
Altra patologia molto importante è il glaucoma, necessita una diagnosi abbastanza rapida per no creare alterazioni irreversibili alla retina ed al nervo ottico.
Esistono vari tipi di glaucoma: primitivo, congenito o secondario (origine infiammatoria, lussazione al cristallino, trauma), i sintomi di glaucoma sono:
• aumento di pressione intraoculare;
• iridociclite;
• discoria (pupille di forma diseguale);
• buftalmo o raccolta di liquido nella camera anteriore. Il trattamento è fatto con iperosmotici, diuretici e miotici; associato a trattamento chirurgico.
Proseguendo nel nostro percorso abbiamo la retina a carico della quale abbiamo una degenerazione retinica centrale causata dalla carenza di taurina, che può portare a cecità, quest’ultima causata da lesioni retiniche sempre più progressive; la taurina si trova in
carne, latte e pesce, mentre è assente nei vegetali, oppure si può trovare in prodotti già pronti; la carenza di questa sostanza può interessare anche il sistema immunitario dando una diminuzione della sua capacità.
Per ultimo possiamo ricordare delle forme tumorali a carico di questi organi: melanomi maligni dell’uvea del gatto, più frequente in gatti d’età superiore ai cinque anni, possono essere nodulari o diffusi e sfortunatamente possono metastatizzare portando a morte; possono essere causa di glaucoma secondario per il quale il soggetto è portato alla visita.
Per concludere, desidererei ricordare a tutti che, le patologie oculari sono di notevole importanza e richiedono cure appropriate, sotto lo stretto controllo del medico veterinario.

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Le micosi nel gatto

LE MICOSI NEL GATTO

La parola “fungo” è molto generica e indica una gran varietà di specie esistenti in natura.
Quelli di cui ci occupiamo noi sono quelli che interessano la salute dell’animale(nel nostro caso, le micosi nel gatto), che vivono sul pelo del gatto e che possono dare o no sintomi evidenti di malattia. Possiamo classificare le micosi feline in:
micosi nel gatto superficiali;
micosi nel gatto intermedie;
micosi nel gatto sistemiche.

Tra le forme superficiali quelle che più ci interessano e che sono più frequenti sono definite come Dermatofitosi.

Dermatofitosi nel gatto

La causa principale di dermafitosi nei gatti è dovuta al Microsporum canis.
Il Microsporum canis è un dermatofita zoofilico, presente in tutto il mondo, è una frequente causa della tricofitosi (tigna) negli esseri umani, e in particolare nei bambini.
Invade i capelli, la pelle e raramente le unghie. I capelli invasi mostrano un’infezione del tipo ectotrix e presentano flourescenza giallo-verdastra alla luce ultravioletta.
Il fungo inoltre invade la cute, le giunzioni muco-cutanee e le unghie dove vive digerendo la cheratina, una sostanza proteica che è il componente strutturale principale dei peli. I gattied i cani sono le principali fonti dell’infezione.
Quando un dermatofita entra in contatto con gatti sani si possono avere differenti scenari:
può infettare in maniera asintomatica il gatto di micosi e disperdersi nell’ambiente senza causare problemi clinici (evenienza la più frequente);-
può entrare in competizione con altri microrganismi saprofiti ed essere eliminato e quindi scomparire;
infine può stabilirsi nell’ambiente e sul pelo del gatto diventando patogeno e causando quindi una vasta serie di manifestazioni, prima fra tutte una dermatite felina o dermatite nel gatto.
I segni clinici classici dell’infezione da micosi felina sono per lo più noti: aree circolari alopeciche, peli rotti, croste o scaglie; alterazioni del pelo e modifiche del colore della pelle; aree infiammate cutanee; eccessivo leccamento o prurito; infezioni ungueali o auricolari.

La trasmissione è favorita dall’affollamento, da un elevato ricambio di gatti nell’ambiente, dall’accesso libero all’esterno, scarsa pulizia ambientale e ventilazione inappropriata. Si raccomanda l’utilizzo della candeggina per la pulizia di ambienti infetti.

La persistenza nell’ambiente può durare settimane od anni ed essere dovuta alla presenza di portatori sani; in una ricerca effettuata dalla Facoltà di Medicina Veterinaria di Torino su circa 600 gatti di allevamento, sono risultati portatori sani circa il 65% dei soggetti.

Per il controllo nei gattili/allevamenti deve essere enfatizzata la prevenzione. In questi ambienti possono trovare un importante utilizzo gli antimicotici fumiganti o quelli spray. Sia nel caso di portatori sani che di gatti malati, specialmente per quelli a pelo lungo, sono indicati shampoo ripetuti sia dell’area alterata che di tutto il pelo. In gatti come i persiani è suggerita la tosatura completa prima di effettuare i bagni, in quanto spesso la mancata completa eradicazione del fungo che può annidarsi negli strati più fitti del pelo, può portare alla cronicizzazione dell’infezione.

Un altro tipo di infezione fungina può essere importante nel gatto, ma è decisamente più rara: la Malasseziasi. Si tratta di una condizione causata dalla presenza di un fungo saprofita denominato Malassezia pachidermatis, il quale in condizioni particolari di infiammazione cutanea, modifiche del ph e della integrità della cute può dare patologia. Questo fungo vive abitualmente nell’orecchio, cute (giunzioni muco-cutanee), aree glabre e area anale. I sintomi comprendono intensa infiammazione di queste aree, secrezione sierosa e perdita di pelo in tutte le aree infiammate. E’ causa di dermatiti e otiti nel cane e nel gatto. Spesso il mancato riconoscimento del problema può portare a forme croniche di dermatite superficiale con comparsa di eritema grave, ipercheratosi e ulcere cutanee. Il fungo peraltro spesso complica le lesioni indotte da una patologia primaria come nel caso delle dermatiti allergiche e l’atopia, rendendone difficile il trattamento.
Le micosi nel gatto

Cure per la micosi nel gatto

la cosa migliore per il gatto è dargli un eccipiente a base di itraconazolo…
esistono tanti tipi in commercio: itrafungol, sporanox, grisovina,canesten spray.
Consiglio di usare l’itrafungol perchè lo si trova in farmacia senza ricetta medica veterinaria. E’ la cosa migliore perchè è proprio per gli animali.
Va poi abbinato un lavaggio settimanale con uno shampoo apposito tipo IMAVEROL. Va lasciato in posa per una 10 di minuti e poi sciacquato.
Per concludere che non guasta una volta al giorno una spolverata a secco di bicarbonato da cucina che ha proprietà antifungine.
Queste solo le classiche cure per la micosi nel gatto che vanno ripetute ciclicamente e protratte per diversi mesi.

MICOSI FELINE

PANCREATITE FELINA

PANCREATITE FELINA

PANCREATITE FELINA

Fin dalla sua prima descrizione nel 1989, la pancreatite felina è emersa come una patologia importante e potenzialmente letale.
Normalmente, il tessuto pancreatico è difeso da una rete di meccanismi che lo proteggono dall’attività degli enzimi digestivi che produce. Il fatto che questi esistano sotto forma di precursori inattivi risulta di importanza primaria per evitare l’autodigestione. L’evento che avvia l’attivazione enzimatica intrapancreatica è la conversione del tripsinogeno in tripsina. Da quì si ha l’attivazione di altri enzimi digestivi che provocano degli aumenti della permeabilità capillare e ulteriori danni al parenchima pancreatico.
Nonostante la crescente conoscenza, la sua eziologia rimane sconosciuta, la diagnosi è ancora una sfida ed è spesso necessario eseguire una biopsia chirurgica per confermare la diagnosi e facilitare l’identificazione della patologia intercorrente. Il trattamento è solitamente sintomatico e coinvolge in genere un supporto nutrizionale aggressivo.

Sintomi ed esame clinico.
La pancreatite acuta è stata riportata in gatti da 4 settimane a 18 anni d’età. Non è stata dimostrata alcuna predisposizione in base al sesso.
Un numero ridotto di casi è risultato associato a traumi, Toxoplasma gondii, trematodi pancreatici ed epatici e lipodistrofia.
I reperti clinici più frequenti nel gatto con pancreatite acuta sono letargia, anoressia e perdita di peso. Diarrea associata a vomito, costipazione, ittero, disidratazione, ascite e dispnea sono presenti con maggiore variabilità. In alcuni gatti con diabete mellito e pancreatite sono state osservate poliuria e polidipsia.
All’esame clinico è possibile rilevare disidratazione ed ipotermia. Può essere anche presente ittero mentre più raro è il dolore addominale. La presenza di una massa addominale craniale palpabile o di dolore addominale è stata riportata nel 25-30 % dei casi.

Diagnosi differenziali
Letargia, anoressia e perdita di peso sono i disturbi riferiti più spesso. Si deve cercare l’eventuale presenza di segni o reperti significativi come vomito, ittero, diarrea, dolore addominale, massa addominale, poliuria o polidipsia. Quando è presente il vomito, va affrontato cercando i reperti identificativi come dolore addominale o presenza di masse, escludendo le cause infettive, parassitarie, metaboliche e gastrointestinali.
Nei gatti di più di 5 anni bisogna escludere l’ipertiroidismo valutando la concentrazione sierica totale di T4 . I gatti con pancreatite acuta presentano valori elevati di enzimi epatici, iperbilirubinemia, iperglicemia e glicosuria, quindi in presenza di tali valori occorre prendere in considerazione tale patologia.
L’approccio diagnostico all’ittero felino consiste nell’escludere innanzitutto le cause pre-epatiche, cioè l’emolisi, quindi indagare quelle epatiche e post-epatiche. Alcuni studi hanno dimostrato l’esistenza di una correlazione tra pancreatite acuta e lipidosi epatica, mortalità aumentata, colangioepatite e malattia intestinale infiammatoria. Bisogna sospettare fortemente la pancreatite nei gatti con patologia epatica, biliare o intestinale.
Anche in gatti con diagnosi confermata di lipidosi epatica che presentano versamento peritoneale bisogna sospettare fortemente la presenza della pancreatite.
La pancreatite può causare in alcuni gatti diabete mellito, ma la reale associazione tra le due patologie è incerta.
Quando esistono forti sospetti di pancreatite bisogna inizialmente fare ricorso all’esame ecografico e alla determinazione dei marcatori pancreatici ( ad esempio, la lipasi pancreatica specifica) per cercare di rilevare l’infiammazione di quest’organo. Considerata tuttavia la varietà di patologie intercorrenti nel gatto con pancreatite, è spesso necessario eseguire una corretta laparotomia esplorativa, oltre alla biopsia del pancreas, del fegato e dei linfonodi mesenterici, per formulare una diagnosi accurata e permettere l’inserimento di un sondino per alimentazione forzata.

Esami di laboratorio
Ematologia: i gatti con pancreatite presentano spesso una lieve anemia che può essere non rigenerativa e una leucocitosi spesso senza deviazione a sinistra. Alcuni gatti presentano leucopenia e ciò comporta una prognosi più sfavorevole.
Esami sierologici: si osservano frequentemente valori aumentati di ALT, SAP, bilirubina, colesterolo e glucosio, oltre a ipocaliemia e ipocalcemia. La presenza di azotemia è variabile. L’ipocalcemia, presente in circa il 50% dei casi, è forse il reperto più utile per incrementare le possibilità di diagnosi della pancreatite. L’associazione della pancreatite con l’ipocalcemia può essere causata da numerosi fattori come ad esempio la saponificazione del grasso, l’accumulo di tessuto molle e alterazioni dell’omeostasi del PTH. La presenza di ipocalcemia ionizzata (< 1 mmol/l) comporta una prognosi sfavorevole. L’ipocobalaminemia è presente in alcuni gatti con pancreatite e si pensa che rifletta una patologia intestinale concomitante piuttosto che un’insufficienza pancreatica esocrina. Esame delle urine: permette di classificare l’azotemia come renale o pre-renale. La presenza di glicosuria o chetonuria deve indurre a prendere in considerazione il diabete mellito. Esami pancreatici specifici: tradizionalmente, l’aumento nell’attività sierica dell’amilasi e della lipasi è stato utilizzato come indicatore dell’infiammazione pancreatica nel cane. Nel gatto, invece, sembra che i livelli sierici totali di amilasi e lipasi non abbiano alcuna utilità per la diagnosi della pancreatite acuta. Queste limitazioni hanno stimolato lo sviluppo di saggi per enzimi o “marcatori” considerati di origine pancreatica. Nel gatto sono stati valutati i test di immunoreattività tripsino-simile (TLI), del peptide di attivazione del tripsogeno (TAP) e della lipasi pancretica specifica. -fTLI: la tripsina immunorettiva si è dimostrata valida come indicatore della massa pancreatica, consentendo di rilevare in modo affidabile l’insufficienza pancreatica esocrina felina . E’ molto meno utile come indicatore dell’infiammazione pancreatica. La sua sensibilità è stata riportata inferiore al 28% e i gatti con pancreatite acuta fatale presentano spesso valori compresi nell’intervallo normale. La specificità è migliore, intorno al 66-75%. La scarsa sensibilità, soprattutto nei gatti con pancreatite acuta grave, suggerisce fortemente la sottoregolazione del TLI nel pancreas infiammato, analogamente a quanto osservato nei cani con pancreatite. La clearance renale alterata in gatti con insufficienza renale può influire sulla specificità, così come un reperto istologico pancreatico normale in gatti con TLI elevata e patologia intestinale.

-fPLI: considerate le limitazioni della TLI, è stato recentemente sviluppato un test per misurare la lipasi immunoreattiva pancreatica specifica felina. La sua utilità clinica rimane ancora incerta. Tuttavia, i risultati iniziali per la fPLI sono molto più promettenti della fTLI, con una sensibilità per la pancreatite riportata pari al 67% e una specificità del 91 %.

-TAP: é un peptide generato dall’attivazione del tripsinogeno. Nel soggetto sano, il TAP non è reperibile in circolo o nell’urina. Comunque, l’attivazione intra-pancreatica del tripsinogeno libera il TAP che può essere misurato nei campioni di plasma con EDTA e nell’urina. Sfortunatamente , l’applicazione clinica è poco promettente dato che il saggio è raramente disponibile.

Diagnostica per immagini
Esame radiografico: i reperti radiografici nei gatti con pancreatite acuta possono includere perdita di dettagli delle sierose, aumento dell’opacità nel quadrante craniale destro dell’addome, dislocazione duodenale ventrale e/o destra, duodeno dilatato con ipomobilità e dislocazione caudale del colon trasverso. Sebbene i segni radiografici siano spesso assenti e aspecifici, la radiografia costituisce il primo step nel percorso diagnostico in animali con sintomi gastrointestinali. I reperti radiografici negativi o ambigui devono essere seguiti dall’esame ecografico o da uno studio con mezzo di contrasto della porzione superiore dell’apparato gastrointestinale. Le radiografie toraciche possono permettere il rilevamento di fluido pleurico, edema o polmonite, tutti segni che sono stati associati alla pancreatite nel cane e nel gatto. L’elevata incidenza di trombo-embolia polmonare associata alla pancreatite felina può spiegare alcune delle anomalie radiografiche toraciche.
Esame ecografico: i reperti ecografici includono pancreas ipertrofico e ipoecogeno, lesioni cistiche come ad esempio ascessi o pseudocisti, dotto pancreatico dilatato, duodeno gonfio e con ipomotilità, dilatazione biliare e fluido peritoneale. Secondo alcuni studi l’indagine ecografica è in grado di rilevare dal 35% al 67% dei gatti affetti da pancreatite, con una specificità del 73%. Ciò significa chiaramente che un’ecografia normale non esclude la pancreatite e che bisogna prendere in considerazione altre patologie ( ad es., iperplasia pancreatica e neoplasia pancreatica) quando si valuta un pancreas anormale. Gli aspirati con ago sottile delle lesioni cistiche possono essere utili a distinguere l’ascesso dalla pseudocisti, la neoplasia dall’infiammazione,ecc.

Indicatori prognostici
Classificare la gravità della pancreatite è utile per decidere quanto essere aggressivi nel fornire il supporto medico e nutrizionale e per emettere la prognosi. I casi gravi di pancreatite richiedono un supporto aggressivo e comportano una prognosi riservata, mentre i casi lievi possono rispondere al trattamento sintomatico a breve termine. E’ possibile utilizzare criteri clinici e clinico-patologici per prevedere la gravità della pancreatite acuta. La presenza di shock o anomalie come ad esempio oliguria, azotemia, ittero, transaminasi molto alte, ipocalcemia ionizzata (<1mmol/l), ipocalcemia, ipoproteinemia, acidosi, leucopenia, ematocrito in diminuzione, trombocitopenia e DIC vanno considerati probabili indicatori della pancreatite grave nel gatto.
La misurazione dei componenti della risposta infiammatoria sistemica, come ad esempio TNF-α, α-1 glicoproteina acida e IL-6 può fornire informazioni sulla gravità della pancreatite nel gatto e, in futuro, potrebbe condurre alla somministrazione di antagonisti specifici della risposta infiammatoria stessa. Gli indicatori, che sono potenzialmente utili sia nella diagnosi che nella prognosi della pancreatite, includono il peptide di attivazione del tripsinogeno, la tripsina complessata con inibitori e la fosfolipasi A2. E’ necessaria un’ulteriore valutazione di questi marcatori prima dell’applicazione clinica.

Biopsia pancreatica e quadro istologico
E’ possibile eseguire la biopsia del pancreas per via chirurgica o laparoscopica. I reperti istologici sono variabili e non esiste ancora un consenso sulla loro interpretazione. In genere l’istopatologia viene refertata secondo le caratteristiche principali, come ad esempio necrotizzante acuta (predomina la necrosi), suppurativa acuta (predominano i neutrofili) o non suppurativa (infiammazione linfocitica/plasmacitica e fibrosi).
La prognosi in caso di pancreatite suppurativa è sfavorevole.

Trattamento medico
La terapia si basa sul mantenimento o ripristino di una perfusione tissutale adeguata, sulla limitazione della dislocazione batterica, sull’inibizione dei mediatori dell’infiammazione e degli enzimi pancreatici. Il trattamento chirurgico deve principalmente ripristinare il deflusso biliare, rimuovere il tessuto pancreatico necrotico o far fronte alle conseguenze come le pseudocisti.
Il trattamento medico iniziale viene intrapreso solitamente prima che sia confermata la diagnosi e si basa sui reperti clinici alla visita e sui dati di laboratorio iniziali. La disidratazione o l’ipovolemia sono trattati mediante fluidoterapia endovenosa. Le prime scelte cadono spesso sulla soluzione di Ringer lattato o di NaCl allo 0,9%. Se necessario, bisogna integrare con potassio e glucosio. Per ripristinare il livello
normale di elettroliti e l’equilibrio acido-base, bisogna adeguare il tipo di fluido a seconda dei casi, in base alle misurazioni degli elettroliti e del pH. L’ipocalcemia ionizzata è un reperto comune nei gatti con pancreatite acuta e influisce sulla prognosi.
Tuttavia, non è chiaro se il trattamento dell’ipocalcemia, che non è solitamente associato a fascicolazioni, tetania o convulsioni, influisca sull’esito.
La somministrazione di plasma (20 ml/kg EV) o colloidi (10-20 ml/kg/die EV) può essere indicata in presenza di ipoproteinemia o shock. Nei pazienti diabetici viene avviata la terapia insulinica.
Laddove il vomito costituisce un problema persistente possono essere utili gli antiemetici e gli antiacidi.
Una profilassi con antibiotici ad ampio spettro (ad es., amossicillina ± enrofloxacina a seconda della gravità) può essere giustificata nei pazienti con shock, febbre, diabete mellito o un’evidenza di cedimento dela barriera gastro-intestinale.
L’analgesia è un aspetto importante nel trattamento degli animali con pancreatite. Può essere fornita utilizzando oppioidi iniettabili come ad esempio la buprenorfina (0.005-0.01 mg/kg SC ogni 6 – 12 ore) o l’ossimorfone (0,05-0,1 mg/kg IM). Un cerotto transdermico al fentanil applicato su una zona cutanea rasata fornisce un’analgesia di maggiore durata (25μg/ora per cerotto ogni 118 ore). Non si ottengono livelli adeguati di fentanil prima di 6-48 ore dall’applicazione ed è quindi necessario un altro analgesico a rapida azione.
Occorre, inoltre, ricercare eventuali anomalie della coagulazione e valutare la necessità di un trattamento parenterale con vitamina K.
Gli H1- e H2 antagonisti bloccano la progressione della pancreatite da edematosa a emorragica.

Trattamento dietetico
La pancreatite nel gatto è solitamente associata ad anoressia e perdita di peso e può essere un fattore che contribuisce in modo significativo alla prognosi sfavorevole. Un digiuno prolungato (>3 giorni) per evitare la stimolazione pancreatica può servire solo ad aumentare lo stato di malnutrizione.Ci si trova perciò davanti al dilemma di dover fornire un supporto nutrizionale per prevenire o correggere la malnutrizione e la lipidosi epatica e la necessità di tenere a digiuno il paziente per prevenire la stimolazione pancreatica.
Sarebbe opportuno evitare l’assunzione orale di alimento nei pazienti che presentano vomito o dolore addominale e di evitare nella nutrizione enterale i nutrienti che possono stimolare il pancreas (sebbene i fabbisogni proteici del gatto lo rendano un obiettivo impossibile).
Secondo alcuni studi l’alimentazione digiunale (cioè distalmente alla sede di stimolazione pancreatica) rappresenta l’alternativa all’assunzione orale o parenterale dell’alimento.

Prognosi
La prognosi per la pancreatite acuta nel gatto va sempre considerata riservata.
La presenza di lipidosi epatica estesa, pancreatite suppurativa, leucopenia e ipocalcemia ionizzata <1mmol/l è associata a una prognosi sfavorevole.

A cura della Dott.ssa Valentina DECLAME
pubblicato da lo staff a 07:22
etichette: b12, folati, ftli, ipocalcemia, ittero, lipodistrofia, pancreatite felina, prognosi, tli, vomito

Tumori Mammari

I tumori delle ghiandole mammarie sono comuni sia nei cani che nei gatti. Circa il 50% dei tumori mammari nel cane sono di natura maligna mentre nei gatti questa percentuale sale anche all’85-90%.
A differenza degli umani cani e gatti posseggono da 4 a 5 paia di ghiandole mammarie decorrenti su tutta la superficie ventrale del corpo.
Segni clinici:
Il segno clinico più comune del tumore mammario è la formazione di un nodulo o una massa localizzata nella regione delle ghiandole mammarie. Un animale può avere un solo nodulo o massa o più noduli o masse.
Il loro ritmo di crescita può variare da molto lento a molto veloce e se divenute sufficientemente grandi possono ulcerarsi e sanguinare.
Occasionalmente queste masse possono ostacolare il ritorno venoso e linfatico degli arti causando edema, dolore e zoppia. Tumori mammari maligni possono diffondere ai linfonodi e polmoni, causando tosse e respiro difficoltoso.
Diagnosi:
Prima che la chirurgia possa essere raccomandata, esami del sangue e radiografie del torace dovranno essere eseguite per valutare lo stato di salute dell’animale e la possibile diffusione della patologia.
In animali in cui lo stato della patologia risulta essere avanzato il trattamento può non essere raccomandabile.
La diagnosi definitiva può essere fatta solo a mezzo di biopsia (asportazione di un campione di tessuto malato e sua classificazione da parte di un anatomopatologo).
Terapia:
 La rimozione chirurgica del tumore è essenziale questo significa rimuovere un abbondante porzione di tessuto se non addirittura l’intera fila mammaria colpita.
Si raccomanda inoltre la sterilizzazione dei soggetti. A seguito dei risultati della biopsia, chemioterapia o terapia radiante possono rivelarsi utili per prolungare la vita del soggetto.
Prognosi Fausta nei casi in cui il tumore risulti essere benigno. Sfortunatamente non sono ancora curabili le forme maligne, in questi casi la prognosi varia da sei mesi a due anni, in dipendenza di molti fattori tra cui tipo di tumore, grado di malignità , tempestività nella diagnosi e condizioni generali del soggetto.

Anche se ancora non sappiamo con certezza le cause che portano allo svilupparsi di queste forme tumorali sappiamo però che la sterilizzazione del gatto in età giovanile (preferibilmente prima del primo calore attorno al sesto mese di età) ne riduce l’incidenza.

 

Rinotracheite Infettiva Felina

Rinotracheite Infettiva Felina

La Rinotracheite è una patologia stagionale virale causata da un Herpes-virus che resiste molto a lungo nell’ambiente e tipica dei gatti giovani o non vaccinati.
L’infezione, che colpisce le prime vie respiratorie, si diffonde attraverso il contatto con secrezioni d’individui portatori del virus mediante cavità nasali,per l’abitudine dei mici di annusarsi naso contro naso o per inalazione del materiale eliminato dai soggetti affetti con starnuti e tosse. Da ricordare che il micio guarito può continuare ancora a lungo ad eliminare il virus con le proprie secrezioni, rimanendo così potenzialmente pericoloso per gli altri felini.
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Starnuti, tosse, difficoltà respiratoria, lacrimazione profusa, occhi arrossati, depressione, anoressia sono i sintomi di questa malattia.
Nella cura del micio è importante, attraverso frequenti lavaggi e l’utilizzo d’aerosol con soluzioni fisiologiche, liberare le cavità nasali dal muco: se il gatto, a causa delle eccessive secrezioni, perde l’olfatto, non sentendo più gli odori, comincia a rifiutare il cibo indebolendosi.
Si rischia l’anoressia con il conseguente  ricorso  alla nutrizione   per via  endovenosa.
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Particolare attenzione va riservata alla detersione dell’occhio che può essere eseguita utilizzando sia apposite soluzioni oftalmiche che la semplice camomilla: questa  va  prima bollita e poi lasciata raffreddare per poi essere applicata con dell’ovatta eseguendo un delicato massaggio. L’accurata pulizia degli occhi e del naso costituiscono solo una parte di una terapia che comprende la somministrazione di antibiotici, la reidratazione, l’integrazione di vitamine del gruppo B ed, se necessario, di stimolanti dell’appetito.
Il decorso della malattia, nel caso di gatti adulti, termina, in genere, nel giro di circa 10 giorni, mentre per i cuccioli i rischi sono maggiori, perfino letali.
Per questo è consigliabile sottoporre i mici alla vaccinazione a partire dalla nona settimana (fino ad allora il gattino è protetto dagli anticorpi materni)e quindi procedere ad un richiamo annuale che garantisce un’immunità costante nei confronti del virus.

Rinotracheite Infettiva Felina

 

Diabete Mellito

Diabete Mellito.

I gatti vivono sempre di più integrati nella nostra società, ne hanno acquisito i ritmi, l’alimentazione, spesso abbondante, e le agiatezze cogliendone, quindi, evidenti vantaggi ma anche alcuni aspetti negativi. Malattie, come il diabete mellito e l’obesità, che fino a qualche tempo fa erano sconosciute nel mondo felino, si stanno diffondendo fra i mici.
Il diabete, oltretutto, lo fa in modo subdolo: è una patologia che difficilmente si associa ad un gatto, inducendo i proprietari a preoccuparsi di altre malattie. Questo fa si, nella maggior parte dei casi, che si giunge a diagnosticarlo solo in fase terminale, quando gli zuccheri sono nelle urine ed il gatto sta male manifestando sete e fame eccessive, vomito ed urinando continuamente. Sarebbe necessario individuare la malattia nella sua fase preclinica quando s’instaura la sindrome da insulino-resistenza.
L’identikit del gatto futuro diabetico è ben delineato: è spesso in casa, limitato nei movimenti, quindi sedentario, ha cibo in abbondanza e non convive con altri gatti (fonti di stimoli e quindi d’attività fisica). La correlazione fra obesità e diabete è strettissima ed i recenti dati sul soprappeso dei gatti nel nostro paese dove oltre il 50% (ovvero 1 su 2) ha chili in eccesso, deve essere un chiaro campanello d’allarme.
La prima prevenzione diventa quindi il controllo del peso corporeo del micio.Se il gatto supera il 20% del peso normale è necessario razionare i pasti e cercare di farlo muovere maggiormente, attraverso giochi e stimoli nuovi. Ma anche il tipo d’alimentazione gioca un ruolo importante: il gatto ha un metabolismo diverso dal nostro e la presenza costante di carboidrati e legumi, secondo l’orientamento attuale del mondo veterinario, potrebbe essere la causa della forte diffusione del diabete fra i gatti.
Per prevenire l’insorgere della malattia nel micio basta, quindi, fare in modo che non rientri nel profilo precedentemente descritto: se così fosse non resta che metterlo a dieta, farlo muovere e magari prendere un altro gatto per fargli compagnia. Per concludere una curiosità: la maggior parte dei gatti diabetici ha un padrone sedentario, in soprappeso ed alcune volte colpito dalla stessa patologia, ecco allora che far coincidere il gioco del micio anche con un po’ d’attività fisica umana, condividere con lui la dieta dimagrante potrà essere utile alla salute dell’intera famiglia omo-felina.
Il profilo del gatto futuro diabetico: obeso, casalingo, con a disposizione cibo in abbondanza e privo di compagno felino.

Gastroenterite Felina

Gastroenterite Felina

E’ dovuta ad un parvovirus, estremamente resistente alle alte temperature, a condizioni ambientali sfavorevoli,
ai disinfettanti. Nel gatto adulto l’infezione, grave e molto contagiosa, è di solito subclinica, mentre nel cucciolo è presente un’elevata mortalità.
I sintomi che si presentano più frequentemente sono anoressia, depressione del sensorio, febbre elevata, dolorabilità alla palpazione dell’addome, vomito, diarrea, disidratazione, aborto.
Il decorso della malattia varia dai 5 ai 7 giorni nella fase acuta, che se viene superata, permette una rapida guarigione.
La diagnosi segue il riconoscimento dei sintomi tipici e della marcata leucopenia.
La terapia si basa sull’impiego di soluzioni reidratanti elettrolitiche per via endovenosa, di trasfusioni di sangue, di antibiotici ed antiemetici.
Note: Importante per la prevenzione è la vaccinazione dei micetti all’età di 8-10 settimane, da ripetersi dopo un mese e perciò annualmente.

 

Gastroenterite Felina

La leucemia felina FELV

La leucemia felina FELV

La leucemia felina è un tumore delle cellule del midollo osseo. L’agente di questa malattia è un virus della famiglia dei Retrovirus tra i quali c’è anche il virus responsabile della FIV. La trasmissione può avvenire da un gatto all’altro attraverso liquidi organici infetti come la saliva, il sangue e l’urina.

La trasmissione non richiede un contatto diretto perchè il virus può restare attivo nell’ambiente anche per 1 mese se protetto da materiale organico.

Veicolo di contagio possono essere anche ciotole, cucce o altro materiale infetto. Sul virus agiscono gran parte dei blandi disinfettanti compresa la candeggina.

Alcuni gatti esposti al virus sviluppano una immunità protettiva che li proteggono dalla viremia e quindi dalla forma letale della malattia. Questi soggetti se colpiti da un’altra malattia o se sottoposti a terapia con farmaci che inibiscono il sistema immunitario (ad esempio i corticosteroidi) possono ripresentare i sintomi della malattia.
Un gatto infetto dal virus della leucemia felina può anche vivere da molte settimane a molti mesi, ciò dipende dallo stato di salute del soggetto, dallo stadio della malattia al momento della diagnosi e dalle terapie.

Tutti i soggetti infetti possono essere fonte di infezione per altri gatti che possono avere contatti diretti con loro.Questa patologia colpisce solo il gatto e non è mai stata dimostrata la trasmissione all’uomo o al cane.

Nei gatti infetti il virus replica finché danneggia parte dei globuli bianchi (leucociti) del sangue che essendo deputate alla difesa dalle infezioni, rendono il gatto immunodepresso e quindi sensibile anche a banali infezioni che in altri soggetti sarebbero superate senza grosse difficoltà.

Alcune volte il virus della leucemia felina è causa cancro dei leucociti causando la morte ancor prima di esporre il gatto ad infezioni per immunodepressione.

Il virus può anche essere trasmesso ai cuccioli per via transplacentare o durante l’allattamento.

SINTOMATOLOGIA:
Dopo il contagio il virus si insedia nelle stesse cellule del midollo osseo deputate alla difesa dell’organismo alle infezioni. Se il virus riesce a sopraffare queste difese (sistema immunitario) si ha la malattia, altrimenti si presenta solo un transitorio malessere che dura solo alcuni giorni e che si risolve con la completa guarigione.

Nel caso in cui il virus riesce a superare le difese immunitarie, questo replica attivamente (viremia) fino a raggiungere alte concentrazioni in tutte le secrezioni in particolarmente nella saliva che diventerà quindi, fonte d’infezione.
La sintomatologia è estremamente polimorfa per le diverse localizzazioni del virus. I sintomi che devono far sospettare questa malattia sono:
anemia, ittero, depressione del sensorio, perdita del peso, diminuzione dell’ appetito, diarrea o stipsi, ingrossamento di tutti i linfonodi, difficoltà respiratorie, aborti e alta mortalità neonatale, diminuzione delle resistenze alla malattie, disordini autoimmuni, predisposizione a diversi tumori
Se in un soggetto sono presenti alcuni dei sintomi sopra riportati ed è un soggetto che è potuto venire a contatto con gatti randagi è consigliabile fare un test sierologico per determinare se il soggetto ha contratto questa malattia.

DIAGNOSI:

Per diagnosticare questa malattia non è sufficiente rilevare alcuni sintomi perché questi sono molto variabili e non patognomonici, inoltre alcuni soggetti infetti dal FeLV presentano alcuni sintomi dopo molto tempo dal contagio.

Se un soggetto presenta una serie di disturbi o sintomi può nascere il sospetto di una infezione da FeLV quindi si rende necessario un esame del sangue.
Il test sierologico (immunoenzimatico – ELISA) più comunemente usato ricerca le particelle virali nel sangue che sono espressione di una infezione in atto (viremia) o di una iniziale aggressione del virus al midollo osseo a cui non necessariamente segue la malattia. Per tale motivo i soggetti positivi con tale metodo diagnostico devono essere rivalutati dopo un paio di mesi per confermare la malattia.
Questo test si esegue in pochi minuti direttamente nella maggior parte degli ambulatori.

Anche se due o più esami sierologici indicano che un gatto è siero-positivo non necessariamente farà la malattia e se la farà potrebbero passare anche degli anni. L’unica cosa che è certa è che quel soggetto è forse immuno-depresso quindi sensibile alle malattie infettive e fonte di contagio per altri gatti.

TERAPIA:
Fino ad oggi non esiste una terapia in grado di sconfiggere il virus della leucemia felina.
 Tutte le terapie praticate mirano solo a curare le malattie infettive eventualmente presenti ed a migliorare lo stato di vita degli animali infetti. Alcuni protocolli terapeutici usati in alcuni casi rallentano il progredire della malattia anche di alcune settimane o mesi ma la prognosi resta comunque infausta.
Nei diversi protocolli usate spesso ne fa parte il cortisone (prednisolone) che tenta di far diminuire i globuli bianchi (linfociti) cancerogeni o di far regredire alcuni tumori conseguenza dell’infezione da FeLV come il linfosarcoma.
Sull’uso del cortisone è bene ricordare che oltre ai molteplici effetti collaterali, inibisce ancor più il sistema immunitario dei soggetti FeLV positivi predisponendoli ulteriormente alle infezioni.
Nella speranza di trovare una terapia efficace si sono sperimentati molti farmaci, tra di essi c’è anche la vitamina C che a dispetto di quanto si crede non ha efficacia verso le infezioni da FeLV ma sicuramente nei soggetti debilitati da questa malattia un supporto multivitaminico e minerale può essere utile.

I padroni di gatti siero-positivi devono fare attenzione a due cose:
– evitare che il gatto possa andare liberamente in giro per evitare di contagiare altri gatti
– essere regolari con i richiami delle vaccinazioni e con i controlli parassitologici intestinali.
 Infatti anche se in alcuni casi il sistema immunitario non è più efficiente, quindi risponde male alle vaccinazioni, è consigliabile fornire le migliori opportunità di protezione verso altri agenti infettivi.

Per molti gatti siero positivi si prospetta una vita di molti mesi in buona condizioni di salute ma in alcuni casi la grave sintomatologia e l’inefficacia delle terapie possono far prendere serenamente in considerazione l’eutanasia per far terminare un’inevitabile evoluzione della malattia senza sofferenze.

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PREVENZIONE:

Tenendo conto dell’estrema gravità della malattia e della mancanza di una terapia efficace, l’unico modo per proteggere il nostro gatto è una rigorosa prevenzione.
Fortunatamente per questo tipo di infezione, a differenza di altre gravi malattie come la FIV,  esiste un vaccino capace di dare una buona protezione.
Come per altre vaccinazioni, il successo di questa azione di prevenzione è massimo se all’immunizzazione uniamo anche comportamenti che mirano a diminuire i contatti tra il nostro gatto e altri soggetti possibili fonti di contagio.
La vaccinazione è caldamente consigliata per tutti i soggetti che fanno vita libera o semi libera e che quindi possono venire in contatto con soggetti randagi non vaccinati. 
I gattini dovrebbe essere vaccinati verso la 10a settimana e poi sottoposti ad un richiamo dopo circa 3 – 4 settimane. Successivamente andranno fatti richiami annuali come per gli altri vaccini.

Quando si acquista un soggetto che non è stato vaccinato è importante sottoporlo sempre controllo sierologico prima di introdurlo in un ambiente con soggetti siero-negativi.
La vaccinazione non interferisce con i test sierologici perché contengono proteine virali non rilevate dai test.

Ancora non si sa bene se è il caso o meno di vaccinare anche i soggetti siero-positivi ma tenendo conto del fatto che non ci sono controindicazioni si consiglia di farlo con la speranza di stimolare il sistema immunitario.

Se un soggetto vive solamente dentro casa e non ha assolutamente possibilità di avere contatto con altri gatti e non si prevede entro l’anno di farlo accoppiare, di traslocare, di fare un viaggio con lui o di portarlo anche solo per alcuni giorni in un gattile, la vaccinazione può ritenersi non necessaria.

Ma tenendo conto del fatto che spesso si presentano degli imprevisti come l’entrata in casa di gatti randagi o una momentanea fuga del nostro gatto la vaccinazione è sempre caldamente consigliata.

FIV Immunodeficienza felina

FIV L’immunodeficienza felina
Iniziamo chiarendo subito che la FIV, pur essendo una malattia simile al nostro AIDS, è però causata da un’ altro tipo di virus che non colpisce l’ uomo; quindi un gatto malato della  sindrome di immunodeficienza felina non trasmette HIV o quant’ altro di simile a noi umani.
Nell’ animale infetto il virus è presente nella saliva, nel sangue e nel liquido cerebro-spinale ma affinchè si verifichi il contagio è necessario un contatto profondo tra saliva e sangue il che avviene tramite morso. Quindi a differenza di ciò che accade nella FeLV la condivisione delle ciotole, delle lettiere e le reciproche pulizie fra gatti non rappresentano situazioni di rischio. Essendo il morso il metodo principale di trasmissione i maschi risultano piu’ esposti alla malattia di circa 3 volte rispetto alle gattine a causa delle loro continue lotte e colpisce piu’ frequentemente i  mici di età superiore ai 5 anni.
Nella FIV, analogamente all’ AIDS umano, esiste una fase detta “finestra”, nella quale il soggetto colpito dal virus, non avendo ancora prodotto anticorpi anti-FIV risulta negativo al test ELISA (che è basato sulla rilevazione dei predetti anticorpi). Per tale ragione se si sospetta che il micio possa aver contratto il virus può essere necessario ripetere il test a distanza: il periodo di latenza della malattia varia da 1 mese a fino 1 anno. La Sindrome di immudeficenza felina è una malattia progressiva la cui sintomatologia viene da molti medici suddivisa in 5 fasi caratterizzate principalmente dalla sempre piu’ ridotta risposta immunitaria del felino.
  1 Fase: la mortalità’ è estremamente ridotta ed abbraccia il primo mese d’ infezione. I sintomi sono generici: febbre, abbattimento, diarrea, aumento dei linfonodi.
2 Fase: è un periodo che può durare anche alcuni anni in cui il gatto appare in salute, non presenta cioè nessun sintomo.
3 Fase: è  uno   stadio  della  malattia  caratterizzato  soprattutto dall’ ingrossamento dei linfonodi a cui si associano dimagrimento, febbre, anemia, diminuzione dei globuli bianchi ed eventualmente infezioni secondarie determinate dall’ indebolimento del sistema immunitario.
4 Fase: la malattia è in fase avanzata i sintomi colpisco diversi organi o apparati con possibile sviluppo di neoplasie. Il gatto appare depresso è il suo stato generale si riflette sulla cute e sul mantello che assumono un aspetto decadente.
5 Fase: l’ AIDS è conclamato, è l’ ultima fase, caratterizzata da numerose infezioni di diverso genere supportate da funghi e parassiti che trovano nel debole sistema immunitario del povero felino terreno fertile. Vi è, inoltre, un ulteriore sviluppo delle forme tumorali.
Non esistono trattamenti farmacologici o vaccinali efficaci l’ unica prevenzione consiste nella castrazione dei maschi e nella sterilizzazione delle femmine.
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E’ purtroppo una malattia nefasta in cui i gatti colpiti possono comunque continuare vivere da 5 a 7 anni: spetta a noi “padroni” umani cercare di rendere questo, comunque lungo periodo, il piu’ sereno e felice possibile.

FIP Peritonite Infettiva Felina

FIP Peritonite infettiva felina

E’ una malattia virale provocata da ceppi particolarmente virulenti e largamente diffusi fra i gatti che non provocano necessariamente la malattia nel soggetto, il quale, però, ne diventa portatore sano. Pur potendo colpire tutta la popolazione felina dai 3 mesi in su, risultano tuttavia piu’ esposti al rischio i mici fino al 5° anno di età e, per ragioni probabilmente genetiche, i gatti persiani.
I mezzi veicolari che il virus utilizza sono le feci e le urine dei gatti infetti e le mucose oro-nasali del micio sano. La capacità del virus di sopravvivere per piu’ settimane in condizioni ambientali (ovvero all’ aria aperta)  rende possibile il contagio anche senza contatto diretto.
Purtroppo la trasmissione può avvenire anche da madre al feto.
I sintomi nella prima fase possono essere molteplici e generici: anoressia, calo di peso, anemia, febbre ciclica o persistente; gli stessi test ematologici, accompagnati da quelli anticorporali, non forniscono risultati certi ma sono di sostegno alla diagnosi del veterinario.
Successivamente la patologia si evolve in due possibili forme chiamate una umida e l’ altra secca. La forma umida è caratterizzata    dall’ aumento del liquido peritoneale che determina un rigonfiamento addominale evidente che ne facilità’ la diagnosi. La forma secca colpisce organi diversi quali il fegato, i reni, il pancreas, i polmoni, con conseguenti sintomi di epatite, nefrite, polmonite, incoordinazione motoria e tremori.
La terapia del FIP  si basa sulla somministrazione di farmaci per migliorare le condizioni di vita (ed in questa ottica un ricorso all’omeopatia, ad esempio un ricostituente, può essere certamente consigliato) in quanto la mortalità è elevatissima (circa il 95%). Alla luce di tale dato fa riflettere il fatto che l’ unico vaccino realmente efficace (dal 50% al 75%) non sia venduto in Italia: é il PRIMUCELL della PZIFER.
La prevenzione, va per ora, nella direzione dell’ isolamento dei soggetti malati, di un’ accurata igiene, magari utilizzando disinfettanti come la candeggina diluita al 3%, specie in luoghi dove si siano già verificati dei casi, nell’ evitare luoghi comuni, quali pensioni, allevamenti, colonie, dove la presenza di un gran numero di felini aumenta la possibilità di incontro con portatori sani.
Alcuni medici non tradizionali suggeriscono anche un’ alimentazione piu’ varia (rispetto ai cosiddetti pasti completi)  integrata da vitamine antiossidante con l’ intento di inalzare il sistema immunitario del gatto, di evitare il piu’ possibile stress fisici e psichici che di contro invece lo indeboliscono. In questo senso è certo che una sana coccola la sera fatta sulle nostre ginocchia risulta senz’ altro efficace.